Quello che (non) ho: gli occhiali rivelatori di Fabio Fazio

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Diciamoci la verità: gli occhiali con cui si è presentato Fabio Fazio la dicevano lunga fin da subito.

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Ho iniziato ad essere sospettosa fin dagli occhiali di Fabio Fazio. Allora anche il titolo si è rivelato in una luce diversa. Quello che (non) ho

Un prestito preso a De Andrè, a voler mettere comodamente in chiaro le cose fin da subito. Ma la musica è poesia, la televisione no, e preso e messo su un programma televisivo quel titolo diventa altro. 

Vago come una canzone degli Zero Assoluto. Privo di denotazione come un verso dell’ultimo Vasco Rossi. Furbamente “passpartout” come una quarta di copertina di Fabio Volo. Pretenzioso come il messaggio di un programma che vorrebbe restituire dignità culturale, civica e politica all’Italia per il solo fatto di esistere, e già che c’è fare un mondo migliore.

Non c’entrano le persone, al punto che nemmeno mi sento in dovere di spendere qui parole di elogio di Saviano o di stima per Fazio per mettermi al riparo. Non è questo il punto.

Se c’entrasse la stima per le singole persone, se c’entrasse il fatto di desiderare una televisione migliore o un mondo migliore, allora avrebbe anche senso aderire al partito dell’elogio a tutti i costi per Quello che non ho. Ma allora saremmo nel territorio dell’incapacità di giudizio. Avremmo ceduto al Dio del pre-giudizio e rinunciato a conquistare quel regno in cui a trionfare è il pensiero dinamico, quello di ognuno. Che poi è questa, mi sa, la cultura.

Non ci servono trasmissioni che ci dicano cosa pensare, neanche se si tratta di un pensiero buono e giusto. Ci sono già le religioni per questo. Non vogliamo nemmeno trasmissioni che ci inducano a dividerci in due partiti, quello del mi piace e quello del non mi piace. C’è già facebook per questo. Vogliamo trasmissioni che ci inducano a pensare, che stimolino il dibattito, che quando finiscono ci abbiano lasciato un’ idea soltanto: la nostra.

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