Positività buona e cattiva: distinzioni e saluti al Cavaliere

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In Italia, negli ultimi anni, si è diffusa una tacita corrente di pensiero il cui credo si può sintetizzare con la parola "positivtà".

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In Italia, negli ultimi anni, si è diffusa una certa tacita corrente di pensiero, il cui credo si può sintetizzare con la parola positività, a tutti i costi.

La positività, dal canto suo, è una gran bella cosa: è quel metodo di pensiero che, una volta analizzata la realtà, induce a cercare sempre la soluzione possibile anche quando più remota, e a mettere in luce il lato positivo della questione anche quando più nascosto. 

La positività, così intesa, ha il pregio di produrre in chi la fa sua un senso di fiducia che lo aiuta a star bene, e quindi probabilmente a trovare più facilmente la soluzione ai problemi, oltre a generare uno stato mentale orientato al successo. Questa è la positività buona.

Ma c’è un altro tipo di positività che ormai circola subdolo e clandestino tra le nostre testoline di italiani: alcuni di noi ne fanno uso inconsapevolmente. È un’interpretazione di questo concetto che induce a sorridere anche se non se ne ha voglia, a ignorare il male per principio come se i problemi fossero un po’ una cosa maleducata, ad accettare che la realtà venga trasfigurata purché la visione finale sia rincuorante. È un concetto allettante, come il Paese dei Balocchi, e inquietante, come il ghigno fisso di un pagliaccio.

È anche quell’approccio mentale che, per fare un esempio, induce alcuni ad aver paura di persone come Mario Monti perchè dice le cose come stanno, o, ancora più facile, a scrivere che porta sfiga.

Come fare insomma, nella vita quotidiana, a capire se stiamo ragionando secondo i principi della positività buona (primo caso) o se invece abbiamo adottato il metodo della positività cattiva (secondo caso)?

È semplice: nel secondo caso, trattandosi di scorciatoia, faremo molta meno fatica. Mentre la positività buona, infatti, è solo un metodo per pensare meglio, la seconda è un modo per non-pensare.

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