Il teatro della vita quotidiana
A commuovere non è solo il racconto crudo degli orrori umani, ma l'essenza stessa dell'umanità che emerge dal non detto, da un volto, da un contrasto.
Non è necessario essere appassionati o esperti di fotografia per apprezzare le foto di Steve McCurry. La visione di ognuna di esse è un'esperienza umana allo stato puro.
È difficile trovare per questo fotografo una definizione che soddisfi del tutto: troppo universali le sue foto per chiamarlo "fotoreporter"; troppo descrittive di contesti e conflitti specifici per definirlo "artista" senza probabilmente suscitare obiezioni.
Ma come sempre, la ricerca di definizioni è limitante e poco utile. Steve McCurry è entrambe le cose ed ancora non basta.
Al Macro di Roma, fino ad aprile, sono esposti 200 scatti dal repertorio di McCurry in 30 anni di carriera. Il conflitto, la guerra e i segni che lascia sui corpi, sulle case, sui volti e negli occhi delle persone è ciò che ad un primo livello di senso si legge nelle fotografie di McCurry.
Ma c'è di più: a commuovere nel profondo non è il racconto crudo degli orrori umani, ma l'essenza stessa dell'umanità che emerge da un contrasto, dal non detto, da uno sguardo, e che trascende l'esperienza contestuale per esprimere un'universalità più profonda ed assoluta, in cui il confine tra l'orrore e la bellezza perde di senso, tra l'umano e il divino, tra il particolare e l'universale.
È in questo punto che probabilmente le foto di McCurry - per quel che ci importa definirlo - diventano arte. Ma non accontentatevi delle definizioni. Se potete, andatela a vedere.
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