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Gabriele Lavia al Teatro Argentina, un maginifico "Tutto per bene" di Pirandello

Mercoledì 11 Gennaio 2012, 17:15 in Recensioni di

Ho sempre pensato che non si possa capire il senso del Teatro senza capire Pirandello. Eppure ogni volta faccio fatica a seguirlo: il profumo di quel disegno più grande che già pervade la scena mi distrae dalla trama.

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Pirandello è il Teatro: ho sempre avuto questa convinzione. Non si può capire il senso del Teatro senza conoscere e capire il Suo Teatro. E ho sempre avuto la sensazione che davanti alla rappresentazione di una sua opera non abbia importanza di quale opera si tratta: o vai a vedere Pirandello, o qualsiasi altra cosa.

Il che non significa affermare che le sue opere sono tutte uguali, ma che sono talmente assolute, dirette a centrare un più alto significato dell'essere uomo, che la trama che le differenzia l'una dall'altra è quasi secondaria.

È per questo che Pirandello spesso faccio fatica a seguirlo, per la prima mezz'ora mi annoio anche. Non riesco a concentrarmi sulla trama, quasi non mi interessa. Inizio ad annusare il profumo di quel disegno più grande che già pervade la scena, e mi faccio inebriare da quello. Per fortuna questa distrazione non è mai fatale: arriva sempre il momento in cui la storia viene a te. È stato così anche ieri al Teatro Argentina.

"Tutto per bene" racconta la storia di Martino Lori, un uomo che per sedici anni è stato un altro rispetto a chi credeva di essere: gli altri gli avevano attribuito un ruolo che lui non sapeva di ricoprire. Ciò per un errore: lo credevano a conoscenza di un fatto - il tradimento da parte della moglie, tradimento dal quale era nata Palma, che lui credeva sua figlia di sangue - che lui invece ignorava.

Tutti credevano che avesse sempre accettato quella realtà per opportunismo - dal senatore, padre naturale della ragazza, dipende infatti la sua carica di Consigliere di Stato - mentre lui, all'oscuro di tutto, accettava l'evidente e quanto inspiegabile disprezzo degli altri solo per amore della figlia, e devozione nei confronti della defunta moglie, che credeva onesta.

Una parola, una conversazione cambia tutto: Palma, saputo che Martino era ignaro di tutto, trasforma all'istante il suo disprezzo in stima e affetto sinceri. La lacerazione dell'uomo che vede le proprie convinzioni e la propria stessa identità crollare in un secondo è profondamente drammatica, rappresentativa del cuore della poetica di Pirandello, e interpretata con maestria da Gabriele Lavia.

Sua è anche la regia, personaggi come ombre che si stagliano su un gioco suggestivo di bianco neri, quasi che l'uomo sia il frutto casuale della presenza o assenza di luce, che metaforicamente illumina o nasconde, capace di ribaltare con il suo occhio la visione delle cose.

Il Teatro Argentina trabocca di pubblico che è un piacere.

Incredibilmente affasciante il video qui sotto della prima lettura a tavolino dell'opera:

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