Il teatro della vita quotidiana
La questione del "Tu" e del "Lei" è ormai esplosa, lanciata da Beppe Severgnini e ripresa da Vittorio Messori sul Corriere della Sera. Come quest'ultimo, sono diversi i paladini del "Lei" che si dichiarano infastiditi dal recente "dilagare del Tu".
Io credo che, semplicemente, la strenua e accorata difesa del "Lei" derivi da una difficoltà ad accettare un cambiamento culturale.
Credo sia condivisibile che l'uso di una forma della lingua o di un'altra risponde esclusivamente alle convenzioni che una società si dà da sola: schierarsi a priori per l'una o per l'altra è secondo me una forma come un'altra di resistenza al cambiamento. La lingua, così come i suoi usi, è un sistema non rigido, ma flessibile e in evoluzione: questo per definizione.
Vittorio Messori spiega la propria difesa del "Lei" parlando tra l'altro dei totalitarismi che hanno "imposto la fraternità a colpi di tu obbligatorio". Argomentazione che proprio non capisco: tra un'imposizione e l'evoluzione spontanea di un uso linguistico c'è una bella differenza.
Posso immaginare che, se le situazioni in cui ci si dà del "tu" si vanno espandendo - fenomeno che per altro mi pare più modesto di quanto si è detto -, ciò derivi da un cambiamento sociale connesso con l'esplosione della comunicazione one to one rispetto a quella one to many, che dalle nuove tecnologie si estende a tutte le forme di comunicazione nella società. Una comunicazione che nel complesso diventa strutturalmente più democratica e alla pari: e la lingua si adatta.
Si tratta di un processo lento, che non stravolge le regole esistenti ma inizia poco a poco ad allentarle: del resto non mi è mai capitato di sentire uno studente universitario rivolgersi ad un professore dandogli del "tu", o un giovane fare altrettanto con un anziano per la strada.
Se capita si tratta - semplicemente - di forme di maleducazione. Ma questo è un altro discorso.
(L'immagine ritrae un'opera di Fabrizio Dusi, da Flickr)
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