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Aspettando Godot e il non-senso dell'esistenza, Ugo Pagliai al Teatro Argentina

Giovedì 27 Gennaio 2011, 14:38 in Sempreverdi di

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Se le opere d'arte diventano tali quando riescono a toccare corde universali, Aspettando Godot di Samuel Beckett contiene in questo senso una soluzione geniale: via il tema, via la trama, via la struttura, resta solo l'idea pura e ancora astratta. Più universale di così si muore.

Il risultato è che poche commedie moderne hanno lo stesso potere di cattuare l'immaginazione collettiva, e con la stessa naturalezza sono entrate a far parte del linguaggio comune.

Così, Aspettando Godot non comunica il senso dell'attesa attraverso un plot, ma mette in scena il concetto di attesa nudo e crudo. Ce lo troviamo davanti sul palcoscenico, e Vladimiro ed Estragone sono come scelti a caso e messi lì, un pò come le girandole che servono per farci vedere che il vento tira.

L'attesa, ma in che senso? Il significato della vita (o il suo non-senso) sta forse nell'attendere passivamente qualcosa che non arriverà mai? Io non credo che sia questo il punto.

L'attesa è in un certo senso un'attività passiva: tuttavia l'attesa di Vladimiro ed Estragone contiene qualcosa di attivo. Loro, infatti, a questo qualcosa gli danno un nome, e continuano a crederci anche quando inizia a sembrare assurdo.

Godot, o meglio la necessità di credere in lui, è qualcosa di universale (il nome Godot assomiglia molto a God, Dio), ma anche di profondamente individuale, legato ai nostri obiettivi personali.

Anche quando si tratta di un obiettivo - qualcosa cioè che perseguiamo attivamente - e anche quando questo obiettivo è molto chiaro nella nostra mente - che so, la carriera, sposarsi, fare soldi, innamorarsi - e vogliamo raggiungerlo a tutti i costi, anche in questo caso, quell'obiettivo non assomiglia forse un po' a Godot? 

Vogliamo raggiungere proprio quell'obiettivo, o abbiamo solo bisogno di tendere a qualcosa per mantenerci vivi?

Vladimiro ed Estragone, in effetti, sono molto meno "strani" di quello che sembra. In fondo, quello che fanno è subire il flusso dell'esistenza e dare un nome a quel qualcosa di incorporeo che li fa andare avanti, sperando che esista davvero. Quello che in un modo o nell'altro facciamo tutti.

Fino al 30 gennaio al Teatro Argentina di Roma
di Samuel Beckett
regia Marco Sciaccaluga
con Ugo Pagliai, Eros Pagni, Gianluca Gobbi, Roberto Serpi, Alice Arcuri

(L'immagine è presa da Flickr, album di Simone Raineri)

 

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